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Con tutto il mio amore di Elena Narbone

Vorrei segnalare un bel libro


Elena Narbone racconta Elisa, ma in realtà descrive l’amore.

Ci prova e i suoi tentativi sono il romanzo stesso, quello vero.

I personaggi escono palpitanti dalle pagine, attraversano strade, riempiono letti e toccano mobili e tovaglie.

Non si sa se amano, qualcuno forse sì, qualcun altro non lo saprà mai. Ma non è importante.

Quello che conta è la domanda che Elena-Elisa si pone sino alla fine, quando scoprirà che nel suo ventre batte una nuova vita.

Cos’è l’amore?

Esiste e come lo percepiamo?


Parlo di “Con tutto il mio amore” di Elena Narbone

(Stranamore Editore, pagg. 144, euro 11,90).


La storia di una ragazza che, sedicenne lascia la campagna, i ritmi della campagna per la città.

Senza rimpianti, inesistente il pensiero alla famiglia, alla casa e al paese lasciati. In primo piano, invece gli amori che si sviluppano sul doppio binario.

Per le donne e per gli uomini.

Più per le donne che per i secondi. Le prime sono rassicuranti, anche se non immuni da fragilità.

I secondi lasciano a desiderare. Sono inaffidabili. Non cedano neanche di fronte alle loro responsabilità. Si chiamano fuori, con una buona dose di faccia tosta e non meno di cinismo.

E alla fine, ti metti a riflettere.

Senti che la storia – agrodolce – è di quelle destinate a rimanerti addosso a lungo.


Per acquistarlo on line:
http://www.internetbookshop.it/code/9788890124365/narbone-elena/con-tutto-mio.html

http://www.libreriauniversitaria.it/tutto-mio-amore-narbone-elena/libro/9788890124365


Introduzione di Gianluca Morozzi


C'è un mio amico scrittore di cui non farò il nome che mi dava questa definizione di scrittura femminile vs. scrittura maschile: se in un romanzo c’è la scena di un tamponamento, dice il mio amico, lo scrittore descrive le condizioni della macchina accartocciata, la scrittrice dice che dentro c’è una donna incinta che ha perso il bambino.
Ecco. Ora avete capito perché non ho detto il nome del mio amico scrittore. Perché forse vi è venuta voglia di picchiarlo.
Provo a dire qualcosa io, allora, sulla scrittura femminile vs. scrittura maschile.
Mettiamo che in un romanzo ci sia una scena di sesso con protagonista una donna, impegnata con un uomo, con un’altra donna, con due uomini, con due donne, quel che vi pare. Uno scrittore descrive la scena come se ci fosse una telecamera invisibile sul soffitto. Una scrittrice, come se la donna stessa fosse la telecamera.

Vi è piaciuta? Non vi è piaciuta? Abbiate pietà di me, nel secondo caso. Non sempre so quello che dico o che scrivo. La protagonista di questo romanzo è una telecamera. Le cose che le accadono, le cose belle, le cose brutte, le cose medie, non vengono mai viste da fuori e meccanicamente registrate. Si vivono sulla pelle. E dentro la carne. Dato che la domanda classica che si fa all’autore di un romanzo in prima persona è: quanto c’è di te nel protagonista, beh, non lo so quanto c’è di Elisa in Elena Narbone, e non è importante. All’epoca del mio primo romanzo, la storia di un musicista scalcinato scritta in prima persona, degli amici che mi conoscevano da vent’anni venivano a dirmi “ehi, è proprio bella la parte in cui ti capita questo e ti capita quello”... e notare che il musicista scalcinato, a un certo punto, finiva al Festivalbar. Quindi, quanto c’è di Elisa in Elena, non è importante per leggere questo romanzo.
Decidetelo voi.

Io l’ho letto e, ora che so che il pinguino maschio cova l’uovo durante le tempeste mentre la femmina passa mesi a cercare il cibo, tutto in me è cambiato.

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